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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms (Bernd von Jutrczenka/dpa/Ipa)

Abbiamo iniziato a somministrare leterze dosidivaccinoalle popolazioni eleggibili e i dibattiti suivacciniin casa nostra, almeno in questa fase della pandemia, sembrano più centrati sul convincere coloro ancoraesitantiche nel rincorrere dosi mancanti. Almomento oltre40 milioni di persone hanno completato il ciclo vaccinale, circa il 77% della popolazione eleggibile, quella degli over 12 (realisticamente, per l’inizio del prossimo anno, saranno interessati anche ibambini più piccoli), oltre l’82% considerando quelli che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino.

Le percentuali sul sito Our World in Data, il progetto di Oxford che raccoglie un’enorme quantità di dati su Covid-19, sono leggermente inferiori (si riferiscono al totale della popolazione), ma sono comunque elevate e abbastanza in linea con quelle diRegno Unito, Canada, Germania,solo per citarne alcuni. Le cose cambiano drasticamente quando i confronti si fanno conKenya, Etiopia, Nigeria, Tanzania.

La frattura

Il divario, più che tra i singolistati,è tra i paesiad alto redditoe quelli abasso reddito. Con tutti i limiti che questa definizione ha, i primi raggiungono percentuali di vaccinazione (almeno con una dose) di oltre il 66%, i secondi di appena il 2%.



Un gap, quello delladiseguaglianzanelladistribuzione dei vaccini, che oltre a dividere il mondo (ancora una volta) tra paesi più fortunati e meno, rischia di alimentare lacorsa del virus, l’emergere di nuove varianti, e il protrarsi del disagio economico e sociale. Loha ricordatonei giorni scorsi l’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), rinnovando l’appelloalladonazione dei vaccini, la condivisione di know-how tecnologico e delle proprietà intellettuali per la produzione locale dei vaccini e lo ha ribadito a stretto giro il numero uno dell’agenzia, Tedros Adhanom Ghebreyesus, al Global Covid Summit.

L’appello dell’Oms era già risuonatoin passato, anche in occasione delle aperture dellevaccinazioni ai più giovanie quindi all’avvio dei primiprogrammiper le dosi aggiuntive alle persone che avevano già completato il ciclo vaccinale. Come in passato, anche oggi infatti ilprogramma per la distribuzione equa dei vaccini è in ritardo.

A che punto è Covax

Parliamo diCovax, promosso dall’Oms, Gavi (l’Alleanza globale per i vaccini), Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) e partecipato dall’Unicef. Era nato con le migliori intenzioni (sebbene da alcuni criticato, per difetti di forma e di funzionamento che non lo avrebbero reso poi così equo:ne parlavamo qui), ovvero quello diportare vaccini anti-Covid a paesiche non possono permettersene l’acquisto, ma conobiettivi oggettivamente modesti. Due miliardi le dosipreviste per il 2021, destinate soprattutto alle popolazioni a rischio e agli operatori sanitari.

Bene, nell’ultimoaggiornamentorilasciato dal programma stesso il numero, già rivisto al ribasso nei mesi scorsi, è stato ulteriormente abbassato:per il 2021 si parla di 1,4 miliardi didosipreviste. Meno appunto di quelle previste, per una serie di motivi, spiegano da Gavi: blocchi nell’export delle dosi previste, come nel caso delSerum Institute of India(Sii), tra i fornitori principali del programma, che ha privilegiato le scorte interne, specialmente di fronte all’impennata dei casi dei mesi scorsi, i problemi per scalare la produzione dei vaccini Johnson & Johnson e AstraZenecae le incertezze sulle tempistiche per leapprovazioni dei vacciniinclusi nel programma. Superabili in parte anche rinunciando a quel“nazionalismo vaccinale”, come è stato ribattezzato, che ha favorito in parte un gap così elevato in termini di distribuzione dei vaccini.

“Covax ha bisogno di ingenti quantità di vaccini il prima possibile, ma questi bisogni continuano a essere messi in secondo piano – ha riassunto Rory Horner, del Global Development Institute della University of Manchester, sulle pagine diThe Conversation –. Dimenticate le persone con due dosi di vaccino già nei paesi ad alto reddito, èCovax che ha bisogno di un booster”.

Cambio di rotta?

Qualcosa – più che un vero booster, per lo meno segnali di ripresa – potrebbe arrivare a breve. Ènotiziadi questi giorni, infatti, l’intenzione dell’India di riprendere leesportazioni di vaccinidopo lo stop che era stato deciso in seguito all’impennata locale dei casi. Le esportazioni –salutatecon entusiasmo dal direttore generale dell’Onu, in vista dell’ambizioso obiettivo di raggiungere il40% delle vaccinazioni in tutti i paesientro la fine dell’anno – dovrebbero riprendere dal mese prossimo. Anche le promesse fatte durante ilGlobal Covid Summit, tanto dagli Stati Uniti, che promettono la donazione di oltre un milione di dosi (secondo quantoriferisceil New York Times), sia dal presidente Mario Draghiper l’Italia, con 45 milioni di dosi entro il 2021, lasciano pensare in un rinnovato impegno per vaccinare anche il resto del mondo.



Aggiornato a prima del Global Covid Summit.

Ma dallo stessoDraghi– e non è stato il solo a farlo – è però è risuonato il messaggio a guardare oltre, al futuro, per non dover essere legati a sforzi e programmi di donazione, auspicando unaumento della capacità di produzione di vaccinie strumenti medici anche nei paesi più vulnerabili.

Nel medio e breve termine questo potrebbe realizzarsi permettendo iltrasferimento di know-how e licenze, così da allargare la platea di possibili produttori. Un po’ quanto avvenuto con il vaccino Sputnik V, dato in licenza a diverse aziende farmaceutiche, riassume inlungo pezzosul tema la rivista Nature, e come potrebbe avvenire, se ce ne fossero gli intenti con il vaccinoJohnson & Johnson, che utilizza una tecnologia simile (entrambi sono vaccini a vettore virale). Ma il tema del trasferimento tecnologico, della concessione dellelicenzee sospensione deibrevetti, rimane caldo. La sensazione, scrive Nature interrogando diversi addetti ai lavori, è che i problemi di controllo qualità e di lunghi tempi per esportare conoscenze e capacità addotti dalleaziendesuonino come sfide reali da un lato (quello di aziende e paesi ricchi) e come scuse dall’altro (di chi chiede e aspetta i vaccini per tutti).

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Il piano Covax continua a rivedere al ribasso gli obiettivi: per il 2021 si parla di 1,4 miliardi di dosi previste. Un disimpegno che pesa nella lotta a Covid-19
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